Per i suoi abitanti l’Uganda è la perla dell’Africa; per gli italiani è il ricordo di orrori e guerra civile. Per chi, come me, ha potuto visitarlo è sicuramente un Paese controverso: avevo letto molto prima di partire riguardo la storia e la situazione politica di questo Paese. Ho invece scoperto un Sud rigoglioso e ricco di piantagioni di banane, thè e caffè, e un Nord appena uscito, anche se non forse completamente, da una sanguinosa guerra civile che ha provocato negli ultimi 20 anni migliaia di morti.
Sono stato a Kalongo 15 giorni e sono stato spettatore attivo nel fotografare le situazioni e le persone coinvolte dalle attività svolte dal Cesvi, relative prevalentemente ai test HIV sui ragazzi nelle scuole, ai test preventivi per le donne in gravidanza, alla realizzazione di pozzi per l’acqua potabile, al supporto delle attività agricole, ancora condotte in modalità primitive.
Poi incuriosito da racconti e leggende relativi a una popolazione vicina, responsabile di razzie di bestiame e di agguati, ho deciso di andare a scoprire quanto di vero ci fosse aldilà delle colline. Al confine con Sudan e Kenya c’è una regione di cui non si conosce praticamente nulla: la Karamoja, popolata da un’etnia di pastori guerrieri nomadi, i Karamajong, orgogliosi delle loro tradizioni e cultura, basate sul culto delle vacche. Neanche la guerra civile ha raggiunto questa regione, i suoi abitanti, semplicemente, non l’hanno permesso, non essendo interessati ai giochi di potere che hanno condizionato il paese sin dall’inizio dell’indipendenza dal governo britannico nel 1962. 
Cesvi ha due centri in Karamoja: Morulem, sede di un’importante missione comboniana e Kaabong, nella parte più settentrionale e remota della regione. Sfruttando un passaggio di Jerry, che lavora come responsabile amministrativo al Cesvi, sono arrivato a Kaabong una mattina, incontrando lungo i 300 Km di strada sterrata solamente un paio di camion e qualche ragazzo a guardia del proprio bestiame. Il paesaggio è molto più brullo e arido rispetto al resto dell’Uganda e sicuramente più affascinante; sarà forse stata la suggestione, ma mi è sembrato di essere calato in un vecchio film western.
Anche a Kaabong ho seguito il personale Cesvi durante le attività sul campo, ho fotografato le persone che venivano presso gli ambulatori sparsi nella regione per sottoporsi a visite mediche o ai test HIV. Ho avuto inoltre la fortuna di fare amicizia con Alfred, un ragazzo di poco più di vent’anni prossimo alla laurea in Economia, che ha come ambizione quella di tornare nella sua regione e lavorare per lo sviluppo del suo popolo. Alfred mi ha permesso di entrare in stretto contatto con i Karamajong: mi ha accompagnato all’alba negli accampamenti dove vengono alloggiate le mandrie durante la notte, protette dall’esercito da eventuali raid notturni, mi ha introdotto nelle manyatta, veri e propri fortini di rami che circondano le capanne di una singola famiglia, consentendomi di incontrare il vero stile di vita di queste popolazioni e di leggerne la spontaneità che spero si possa cogliere dai miei scatti.
In Karamoja la povertà è apparentemente simile al resto del Nord dell’Uganda, ma con una sostanziale differenza: a Kalongo le persone sono state portate a questo stato dalla guerra civile, mentre qui la povertà esiste da sempre e per questo si ha la sensazione che la gente sappia viverla con maggiore dignità, anche se in realtà le condizioni di vita sono, se possibile, ancora più estreme.
La poligamia è la norma e ogni donna ha una media di 6/8 figli. Una famiglia quindi può facilmente essere composta da qualche decina di persone: le donne e le bambine si dedicano ai lavori domestici e agricoli e al trasporto quotidiano dell’acqua, mentre i bambini iniziano ad occuparsi del bestiame già dai primi anni di vita. Il tutto è però aggravato da un ambiente poco ospitale, da un clima arido, nonchè dai frequenti attacchi per depredare le mandrie da parte di guerrieri provenienti dalle montagne del Sudan o del Kenia o dagli stessi Karamajong di altre aree.